Archivio per Yasser Arafat

Chi crede ancora nella buona fede di Israele?

Posted in Palestina, Politica, Uncategorized with tags , , , , on agosto 6, 2014 by Maria Rubini

State-is-born
Oggi molti tra le fila della sini­stra ita­liana fati­cano ad ammet­tere che il popolo pale­sti­nese è la vit­tima di que­sto lungo con­flitto. Fanno fatica a denun­ciare i cri­mini di Israele, cri­mini di cui si mac­chia indi­stur­bato ormai da troppo tempo. Molti pre­fe­ri­scono vol­tare la testa e par­lare di Hamas, come se Hamas fosse l’origine del tutto. Muoiono bam­bini? E’ Hamas! Distruggono case e scuole? E’ colpa di Hamas. Hamas! Hamas! Hamas! Ma Hamas non esi­steva vent’anni fa, eppure Israele agiva nello stesso modo.

Risale al 1982 il famoso mas­sa­cro di Sabra e Shatila nel quale le forze armate israe­liane gui­date da Ariel Sharon furono respon­sa­bili della morte di più 2400 arabi – pale­sti­nesi. La scusa era sem­pre la stessa: difen­dere il popolo israe­liano dal ter­ro­ri­smo. Hamas ancora non esi­steva, e il ter­ro­ri­smo que­sta volta era quello di Yasser Arafat.

In quel periodo la posi­zione della sini­stra ita­liana era chiara: equi­di­stanza dai cri­mini di Israele e dal ter­ro­ri­smo, ma netto soste­gno alla lotta di libe­ra­zione del popolo pale­sti­nese. Né sono testi­mo­nianza, ad esem­pio, le posi­zioni del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e quella del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il primo, infatti, nel suo mes­sag­gio di fine anno agli ita­liani, nel 1983 usava parole che non lascia­vano spa­zio a fraintendimenti:

“Una volta furono gli ebrei a cono­scere la “diaspora“[…]vennero cac­ciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi…Io affermo ancora una volta che i pale­sti­nesi hanno diritto sacro­santo ad una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli israeliti…Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono con­cul­cati, sono annul­lati, non vi è che un prov­ve­di­mento da pren­dere con­tro que­ste nazioni: l’espulsione dall’Onu. Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento. Non val­gono le pole­mi­che. Siano espulse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indi­cate all’umanità come colpevoli.”

“Io sono stato nel Libano. Ho visi­tato i cimi­teri di Chatila e Sabra. E una cosa che ango­scia vedere que­sto cimi­tero dove sono sepolte le vit­time di quel mas­sa­cro orrendo. Il respon­sa­bile di quel mas­sa­cro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va bal­dan­zoso di que­sto mas­sa­cro fatto. E un respon­sa­bile cui dovrebbe essere dato il bando della società.” (In basso il video del suo discorso.)
Ma come spesso capita, la sto­ria si prende beffa dei più deboli. Sharon verrà infatti eletto pre­si­dente dello stato israe­liano, e quindi diven­terà lui rap­pre­sen­tante del pro­cesso di pace tra Israele e Palestina dal 2001 al 2006. Ma que­sta volta sarà il pre­si­dente ame­ri­cano George W. Bush a garan­tire: “Sharon è uomo di pace”. E se lo garan­ti­sce lui, che è un altro uomo di pace, allora come si fa a non crederci!

E ancora, il pre­si­dente del con­si­glio Bettino Craxi, rico­no­scendo i diritti dei pale­sti­nesi e degli israe­liani, nel ricor­dare il ruolo di pace dell’Italia nel medi­ter­ra­neo, legit­ti­mava la lotta armata del popolo pale­sti­nese e chie­deva con fer­mezza a Israele la resti­tu­zione dei ter­ri­tori occupati.

“Quando Israele fu minac­ciata tutti fummo con Israele. Ora essa occupa da 18 anni ter­ri­tori arabi che vanno resti­tuiti in cam­bio della pace.[…] Contestare ad un movi­mento che voglia libe­rare il pro­prio paese da un’occupazione stra­niera la legit­ti­mità del ricorso alle armi signi­fica andare con­tro alle leggi della sto­riarede ancora nella buona fede di Israele?

Se non di Hamas, se non del ter­ro­ri­smo, di chi è la colpa allora? Non è forse di chi punta i riflet­tori sul con­flitto israelo — pale­sti­nese solo se qual­cuno si fa sal­tare in aria? Non è forse di chi si sde­gna solo quando par­tono i razzi? Siamo amici degli ebrei, siamo amici di Israele. Non ci può essere nes­sun dub­bio sul suo diritto di esi­stere, e mai c’è stato nes­sun dub­bio in merito da parte dello stato ita­liano. Ma dov’è lo stato dei pale­sti­nesi? Ma qual è la posi­zione della sini­stra ita­liana oggi? Qual è la posi­zione del governo ita­liano? Qual è il ruolo dell’Europa? “Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe detto il Presidente Pertini.

Molti vedendo que­sti video vec­chi ormai più di trent’anni obbiet­te­ranno dicendo, con arro­ganza, super­fi­cia­lità e pre­sun­zione, che il con­te­sto era diverso, salvo poi non riu­scire a spe­ci­fi­care cosa lo ren­desse diverso. Molti soster­ranno che prima non esi­steva Hamas; ma non era l’OLP di Arafat con­si­de­rata un’organizzazione ter­ro­ri­stica alla pari di Hamas? Cos’era, dun­que a ren­dere diverso il con­te­sto? Forse Israele non occu­pava ille­gal­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi? Niente di tutto que­sto. La dram­ma­tica verità è che il con­te­sto era sem­pre lo stesso. L’unica dif­fe­renza risie­deva sem­pli­ce­mente nell’onestà e auto­no­mia intel­let­tuale dei lea­der ita­liani, nella fat­ti­spe­cie, Pertini e Craxi. Autonomia e one­stà intel­let­tuale che si tra­du­ce­vano in indi­pen­denza dell’Italia nella valu­ta­zione delle con­tro­ver­sie internazionali.

Oggi invece, dopo quasi tre set­ti­mana dall’ennesimo mas­sa­cro di civili pale­sti­nesi per mano delle forze mili­tari israe­liane, la sini­stra ita­liana latita. Non una posi­zione chiara, non una posi­zione. Molti con­ti­nuano a cre­dere nella buona fede delle azioni di Israele, e a vol­tare la testa dall’altra parte di fronte alle foto delle case distrutte, e dei bam­bini uccisi. O peg­gio con­ti­nuano a impu­tare al ter­ro­ri­smo pale­sti­nese l’origine della tra­ge­dia. Conti­nuare a par­lare di Hamas fa comodo, per­ché così si evita di par­lare della lotta legit­tima del popolo pale­sti­nese. Noi ita­liani ed euro­pei, che cre­diamo in tale legit­ti­mità e che cre­diamo nel diritto di Israele ad esi­stere e vivere in sicu­rezza, non pos­siamo limi­tarci a pro­clami ste­rili. L’Italia e l’Europa dovreb­bero avere un ruolo più attivo nel medi­ter­ra­neo. Un ruolo determinante.

Nonostante la con­ti­nua pro­pa­ganda che dipinge Israele come la vit­tima e il popolo pale­sti­nese come il car­ne­fice di se stesso, qual­cosa sta cam­biando nell’opinione pub­blica a livello glo­bale. La dispo­ni­bi­lità della nuova tec­no­lo­gia e la dif­fu­sione dei social net­works hanno con­tro­bi­lan­ciato un’informazione sem­pre molto incline ad appog­giare la pro­pa­ganda israe­liana. La gior­na­li­staRula Jebral nella sua inter­vi­sta alla MSNBC il 22 luglio ha affer­mato come l’informazione di que­sto con­flitto sia “disgu­sto­sa­mente di parte nei con­fronti di Israele”, e che “la CNN abbia inter­vi­stato 17 pub­blici uffi­ciali israe­liani con­tro solo un’ uffi­ciale pale­sti­nese.” I social net­works in ogni modo sono riu­sciti ad infran­gere que­sto muro di fazio­sità e mostrare all’opinione pub­blica mon­diale il dolore e le dif­fi­coltà del popolo pale­sti­nese così come la man­canza di uma­nità e pro­por­zio­na­lità dell’esercito israe­liano. E in molti oggi non cre­dono più nella buona fede di Israele.

Non crede alla buona fede di Israele, l’alta com­mis­sa­ria dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay, che con­danna aper­ta­mente le azioni spro­por­zio­nate dell’esercito israe­liano chie­dendo l’apertura di un’inchiesta inter­na­zio­nale per accer­tare gli even­tuali cri­mini con­tro l’umanità, atti­ran­dosi le ulte­riori anti­pa­tie del mini­stro degli esteri israe­liano Avigdor Liberman che defi­ni­sce le Nazioni Unite come il “Consiglio in difesa dei diritti dei terroristi”.

Un’affermazione quest’ultima che s’inquadra in una lunga cam­pa­gna di dele­git­ti­ma­zione e inos­ser­vanza delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nale da parte dello stato d’Israele. Si dele­git­ti­mano le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e si spera nella media­zione degli Stati Uniti. Ma, ripre­sen­tando le parole di Marcella Emiliani, tra le mas­sime esperte ita­liane e inter­na­zio­nali di Africa e Medio-Oriente: “fino ad oggi la pre­si­denza Obama non c’è riu­scita e spesso ha masche­rato le pro­prie dif­fi­coltà con l’ostico governo Netanyahu, lamen­tando le divi­sioni in campo pale­sti­nese. Non appena però i pale­sti­nesi sem­brano aver ritro­vato la pro­pria unità, tanto negli Stati Uniti quanto in Israele il coro è una­nime: con un governo soste­nuto da Hamas non si tratta. Bene. Ma cosa signi­fica allora per Washington e Gerusalemme «l’unità dei pale­sti­nesi»? Al-Fatah con chi dovrebbe ritro­vare un’intesa se non con Hamas? E soprat­tutto cosa hanno fatto Washington e Gerusalemme per raf­for­zare Abu Mazen, cioè̀ il pale­sti­nese che ha rinun­ciato al ter­ro­ri­smo come metodo di lotta poli­tica fin dal 1993?”

Non cre­dono nem­meno più nella buona fede di Israele i 50 riser­vi­sti israe­liani che si sono rifiu­tati di ser­vire il pro­prio paese, dichia­rando quanto segue:

“I resi­denti pale­sti­nesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono pri­vati dei diritti civili e dei diritti umani. Vivono in un sistema giu­ri­dico diverso dai loro vicini ebrei. Lì, abbiamo sco­perto che l’intero eser­cito aiuta a imple­men­tare l’oppressione dei palestinesi.”

Non crede più nella buona fede di Israele una parte del suo stesso popolo ebraico esterno e interno allo stato. Il con­senso dall’esterno di molti ebrei alle azioni mili­tari del governo israe­liano si è andato via via ero­dendo in tutto il mondo e in spe­cial modo negli Stati Uniti. Anche in Italia è pos­si­bile rin­trac­ciare tale ero­sione per esem­pio nelle parole di Moni Ovadia che sin dallo scorso anno affermava:

“Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa pro­pa­ganda a Israele” ( 5 Novembre 2013).

L’opposizione interna, invece, si può indi­vi­duare non solo nella rea­zione dei mili­tari di non ser­vire più il pro­prio paese, ma anche nelle opere di gior­na­li­sti come Gideon Levy, che sulle pagine del quo­ti­diano più impor­tante d’Israele, l’ Haaretz scrive:

“Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è inte­gra­li­sta, che è cru­dele, che non rico­no­sce Israele, che spara sui civili, che nasconde muni­zioni den­tro le scuole e gli ospe­dali, che non ha fatto niente per pro­teg­gere la popo­la­zione di Gaza – dopo che è stato detto tutto que­sto, dovremmo fer­marci un attimo e ascol­tare Hamas. Potrebbe per­fino esserci con­sen­tito met­terci nei suoi panni e forse addi­rit­tura apprez­zare l’audacia e la capa­cità di resi­stenza di que­sto nostro acer­rimo nemico, in cir­co­stanze duris­sime.
Invece Israele pre­fe­ri­sce tap­parsi le orec­chie davanti alle richie­ste della con­tro­parte, anche quando que­ste richie­ste sono giu­ste e cor­ri­spon­dono agli inte­ressi sul lungo periodo di Israele stesso.” (Haaretz”, dome­nica 20 Luglio 2014)

Non hanno più cre­duto alla buona fede d’Israele gli sto­rici israe­liani tra i quali si pos­sono anno­ve­rare Simha Flapan, Benny Morris, Avi Shlaim, Ilan Pappé, e Tom Segev, che gra­zie all’apertura degli archivi di Stato israe­liani, di quelli del movi­mento sio­ni­sta e non ultimi degli archivi di Stati Uniti e Gran Bretagna, seb­bene divisi al loro interno sull’esistenza espli­cita di un piano arti­co­lato di epu­ra­zione etnica noto col nome di “Piano D”, hanno ammesso che nella con­giun­tura della guerra del 1948 e soprat­tutto nella sua fase finale, quand’era ormai evi­dente che Israele aveva vinto e quanto gli inte­res­sava era soprat­tutto con­so­li­dare i nuovi con­fini acqui­siti che allar­ga­vano la super­fi­cie asse­gnata agli ebrei dal piano di spar­ti­zione Onu, venne lasciata mano libera ai gene­rali israe­liani di “libe­rare” le aree acqui­site dalla popo­la­zione autoc­tona. Questa nuova ver­sione, suf­fra­gata da fonti d’archivio, ribalta com­ple­ta­mente il rap­porto Israele-profughi e non ha man­cato, come tutta la nuova sto­rio­gra­fia, di creare dibat­titi molto aspri e accesi tra gli intel­let­tuali, i poli­tici e la stessa società israeliana.

Non cre­dono alla buona fede di Israele Cile, Peru, Ecuador e Brasile, che hanno deciso di richia­mare i loro amba­scia­tori in segno di pro­te­sta con­tro le azioni mili­tari in Gaza.

Sono, dun­que sem­pre meno quelli che cre­dono nella buona fede di Israele. Come regola gene­rale dovrebbe valere che chi non è in grado di giu­di­care i pro­pri pec­cati o quelli dei suoi amici, dovrebbe aste­nersi dal giu­di­care quelli dei suoi nemici. E risulta ormai ovvio che il diritto di cri­tica non equi­vale all’antisemitismo, su cui comun­que biso­gna sem­pre vigilare.

E chi crede ancora in que­ste folli azioni mili­tari? Soltanto Stati Uniti ed Europa. Soltanto loro hanno il corag­gio di chia­mare ter­ro­ri­smo i razzi spa­rati in zone abi­tate da civili, ma legit­tima difesa le bombe che distrug­gono case, scuole, e ospe­dali ammaz­zando nell’80% dei casi donne e bam­bini. Perché con­ti­nuiamo a cre­dere che que­sta rea­zione sia giu­sta? Gli Stati Uniti hanno sem­pre difeso que­ste azioni per la forte pres­sione interna delle lob­bies come l’American Israel Public Affairs Committee. Ma l’Italia? e l’Europa? Possibile che ci sen­tiamo in dovere di essere moral­mente in debito sem­pre con tutti, lasciando che que­sto debito morale ci impe­di­sca di valu­tare la situa­zione in maniera lim­pida? Ma poi, si tratta solo di un debito morale o c’è dell’altro? Quando arri­verà il momento per l’Europa di met­tere in pra­tica i valori sui quali è fon­data, e pro­porsi come forza di pace nel medi­ter­ra­neo e nel mondo? Non è dato a sapersi.

Quello che si sa è che nel futuro di que­sto con­flitto pesano ancora molte inco­gnite. Il rischio è che pas­serà anche que­sto mas­sa­cro, si spen­ge­ranno len­ta­mente i riflet­tori, e nel silen­zio gene­rale il grido di dolore dei pale­sti­nesi si tra­sfor­merà nuo­va­mente in razzi. Le tele­vi­sioni magi­ca­mente si riac­cen­de­ranno per incol­pare i ter­ro­ri­sti di turno. Israele avrà agito ancora per diritto di difesa. E i pale­sti­nesi avranno perso un paio di mili­tanti e qual­che altro cen­ti­naio di donne e di bambini.

“Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe escla­mato il Presidente Pertini.

Valerio di Fonzo – Fon­da­tore, edi­tore, e autore de IlGlobo.eu e Globalopolis.org.

Dove sbuca il negoziato?

Posted in Palestina with tags , , , on settembre 6, 2010 by Maria Rubini

Ma alla fine che cosa possiamo aspettarci da questo negoziato diretto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese, e capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen), iniziato la settimana scorsa a Washington e destinato a proseguire con un secondo incontro il 14-15 settembre a Sharm el Sheikh, in Egitto?

È l’interrogativo che ci siamo posti un po’ tutti in questi ultimi giorni. E i punti di domanda aumentano se si considerano i due attacchi palestinesi contro i coloni avvenuti nei giorni scorsi in Cisgiordania e rivendicati da Hamas (quattro i morti a Hebron) e la scadenza della moratoria per le costruzioni negli insediamenti, fissata al 26 settembre.

È scontato che in Medio Oriente ci sia parecchio scetticismo intorno a questi colloqui. Questo non significa, però, che la fase appena apertasi sia priva di interesse. Alcuni articoli usciti in questi giorni in Israele e in Palestina ci aiutano, come al solito, a capire il perché.

Innanzitutto è molto importante quanto sta accadendo dentro il governo israeliano: il grande sconfitto in questo momento è il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Per la prima volta nella storia di Israele, infatti, un governo della destra entra in una trattativa che ha per tema il cosiddetto «status finale», cioè la definizione di quelli che dovrebbero essere i profili definitivi dei famosi due Stati di cui tanto si parla. Lo avevano fatto Rabin, Peres, Barak – e sappiamo tutti, purtroppo, com’è finita – ma sempre sotto il fuoco del Likud, che li attaccava dicendo che prima viene la sicurezza e solo dopo si potrà negoziare. Neanche lo Sharon ultima maniera aveva mai pensato di spingersi così avanti. Netanyahu invece, almeno a parole, ha accettato questo passo. E lo ha fatto tagliando fuori completamente il suo ministro degli Esteri, che puntualmente – infatti – dichiara ai quattro venti che non si può arrivare a un’intesa con i palestinesi. Non ci vuole molto a immaginare che se il negoziato dovesse andare avanti sul serio proseguirà con un altro governo.

Ma il condizionale è d’obbligo. Perché come osserva con un’immagine acuta Eitan Haber nel commento che rilanciamo qui sotto, «Netanyahu oggi è un giocoliere che sta facendo ruotare dieci palle sulla sua testa». Però – continua l’analista israeliano – «c’è il rischio che gli cadano tutte per terra. Perché in una trattativa del genere c’è bisogno di un leader, non di un fenomeno del circo». Può essere interessante leggere questo commento abbastanza impietoso in parallelo con una dichiarazione rilasciata dal premier palestinese Salaam Fayyad alla vigilia dell’incontro di Washington e che riprendiamo da Haaretz: «Questa volta – dice l’uomo politico palestinese – Netanyahu dovrà dirci una buona volta qual è lo Stato palestinese che ha in mente».

Personalmente credo che questo sia il nodo veramente importante. Non mi faccio grandi illusioni sull’esito finale della trattativa: le posizioni sono troppo lontane. Però se questo negoziato servisse anche solo ad arrivare a un «piano Netanyahu» che non fosse più una vaga dichiarazione di principi ma una mappa con dei confini chiari (anche se inaccettabili per Abu Mazen), sarebbe un passo in avanti. Oggi una cosa del genere non esiste ed è proprio per questo motivo che in Israele ci può essere un governo come quello attuale. Un «piano Netanyahu» sarebbe un elemento di chiarezza e probabilmente porterebbe a una spaccatura nella destra israeliana, dove in molti non sono disposti affatto ad accettare uno Stato palestinese.

Sull’altro fronte è invece interessante il commento di Daoud Kuttab riportato dal sito palestinese Miftah. L’analista arabo – pur condividendo i tanti motivi di scetticismo – invita a leggere il negoziato in parallelo con i passi in avanti compiuti negli ultimi mesi nel processo di costruzione delle istituzioni palestinesi. È un dato di fatto che oggi in Cisgiordania l’Autorità palestinese sia più forte di dodici mesi fa. E nei piani di Fayyad c’è sempre anche il piano B: nel caso il negoziato dovesse andare male, una volta dotato di fondamenta un po’ più solide, potremmo proclamare lo Stato palestinese e chiedere il riconoscimento internazionale. Era la minaccia che Arafat aveva balenato più volte durante gli anni di Oslo. Ma era spuntata in partenza dal fatto che quello di cui si parlava era un Paese nel caos e in balia delle elemosine altrui. Con una Palestina dove c’è più ordine e l’economia comincia a far registrare trend interessanti, assume tutto un altro significato. Ed è un aspetto che va tenuto presente anche per capire la reazione di Hamas. Le violenze contro i coloni non sono solo contro Israele; sono soprattutto un attacco alla credibilità dell’Autorità palestinese che Washington fino a ieri elogiava per come controlla i Territori. Se dovessero continuare davvero per Abu Mazen e Salaam Fayyad sarebbe un problema molto serio.

Giorgio Bernardelli

Pubblicato su Terrasanta. net

Da edificio-simbolo a oggetto di sciacallaggio. La triste fine dell’aeroporto di Gaza. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Posted in Palestina with tags , , , on agosto 31, 2010 by Maria Rubini

Per anni non ci aveva messo piede nessuno. Dopo i bombardamenti israeliani non restava più niente, se non lo scheletro di quello che un tempo era la struttura principale. E una pista asfaltata. Che accoglieva gli aerei provenienti dai paesi arabi. O dava lo spazio giusto ai velivoli per decollare. Perché in meno di dieci secondi dalla partenza, i bolidi volanti erano già in territorio egiziano.

Ora, dell’Aeroporto internazionale “Yasser Arafat”, dodici anni dopo la sua inaugurazione, non resta più niente. Né i voli, né il padre spirituale. Ma se quest’ultimo sono in tanti a rimpiangerlo, nessuno si dispera per quell’unica finestra verso il mondo esterno che ora non c’è più. Perché a vederlo com’è ridotto oggi, l’aeroporto, sembra di stare in un mondo post-apocalittico o su Marte.

Opera delle bombe, certo. Ma anche dei palestinesi stessi. Che, senza lavoro e senza soldi, hanno iniziato da qualche mese a spolpare quel che resta di quel gioiello. La pista ormai è ridotta in brandelli che in alcuni tratti sembrano colline. Gli edifici reggono a malapena. E prima o poi cadranno giù. Il ferro contenuto al loro interno è troppo prezioso per le nuove costruzioni. Ed è un materiale che Israele non fa passare attraverso i suoi valichi. Insieme al bitume, al petrolio, al cemento e a tutto quello che serve per costruire case, palazzi, strade e ponti.

«Non ho un lavoro e in qualche modo devo sfamare i miei figli», dice all’Associated Press Hilmi Izawied, 34 anni, uno dei “saccheggiatori” dell’aeroporto e padre di sei figli. «Qui prendo quello che mi serve per rivenderlo al mercato nero. Riesco a portarmi a casa 15-30 dollari al giorno».

Ogni mattina, per ore intere sotto al sole, centinaia tra uomini, donne e bambini si presentano sulla pista. Scavano, prendono quello che si trova sotto all’asfalto, caricano su carrozze trainate da un asino o da un cavallo e cercano di vendere il tutto. Quelli che vanno per la maggiore sono le barre di ferro e la ghiaia speciale che si trova poco sotto il bitume. Da lontano, i miliziani di Hamas stanno a guardare. O non si fanno proprio vedere.

Tempo qualche mese e del glorioso aeroporto non resterà più niente. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Leonard Berberi